(Son tornato, nessuno sentiva la mia mancanza?)
Giorno Uno
Mi chiamo Matteo Da Petralci e sono un mercenario. Scrivo questo diario per ingannarre il tempo. Chiedo scusa alle studiose dissidenti che potessero leggermi, per li errori di scrittura. Io son solo un pover'omo che ha imparato a scrivere per lencare i bottini della mia compagnia: li Eccelsi Uccisori di Magi. Ed è proprio per colpa loro che mi trovo qui prigioniero. Non colpa loro diretta ma c'entrano. Due giorni fa ci trovavamo nel pieno delle terre contese da impero e Dissidenza. Dato che li maledetti imperiali, che il padre nero li divori, usano li magi per spaventare le pie truppe del Duca Nano, lo Duca ci ha assoldati per combattere la stregoneria con il foco. Stavamo cercando di avvicinarci ad una fortezza controllata da magi. Io ero in avanscoperta solo come sempre, nonostante dica sempre allo capitano di voler un fratello di spada co me. Cercavo co il mio occhio vigile trappole fatte di diabolica magia. Ne avevo appena trovata una, un sasso sospeso leggermente in aria, di sicuro magia. Avvicinatomi cautamente in cerca di altri indizi son caduto io nella trappola. Dal nulla un braccio vigoroso mia sollevato. Mi son risvegliato qui in una stanza chiusa con l'esterno, a parte una feritoia e una porta che danno su un'altra stanza. La feritoia è troppo in alto per raggiungerla ma la porta è aperta. Il problema è cosa c'è nell'altra stanza: Un dannato demone! Ho sparato col mio fido fucile più e più volte contro di esso, gli avessi fatto anche solo un graffio! Forse è una ilusione ma i denti aguzzi della creatura non mi aiutano a convincermi. Per di più non chiude mai la bocca quell'attrezzo dell'abisso!
Giorno Due
Il demone ha passato una lunghissima giornata a rassicurarmi che è confinato nella sua stanza e che nella mia c'è acqua e cibo per una settimana, oltre a un letto e uno scritoio coi fogli sui quali sto scrivendo sto diario. Infine mi ha detto annoiato, probabilmente i suoi padroni son soliti utilizarlo pe codesto compito, che questa è la vendetta del grande colegio magico di non ho capito che. Se riuscirò ad uscire da questa trappola mettero a tacere le voci che dicono i demoni esser terribili e silenziosi. Lo esemplare qui è logoroico e sta sempre a far sarcasmo. Credo che li magi per farsi servire dalli demoni, promettino di ascoltarli e forse perfino di rispondergli, talvolta. Poca fa la creatura si è lasciata sfuggire (volutamente) che i suoi padroni, pe divertirsi, hanno lasciato una via di fuga. Ai magi piace sembrare giusti e saggi, questo è il loro più grave difetto! Dopo aver esaminato la stanza più volte e non aver trovato passagi segreti, sono sicuro che la via di fuga sia la feritoia. Questa permette di passare ad una asse di legno, marcio probabilmente, che sembra portare oltre la stanza del demone. Maledetti siano quelle teste piene di (censura)!!!
Giorno Tre
Mi son deciso, provo a scappare. Certo potrebbe essere una trappola ma le uniche alternative sono morir di sete o affrontare il mostro. La mia più grossa amarezza però è una sola, dover lasciare qua tutta la mia robba. La mia corazza resistente alla magia, presa in prestito (ne son sicuro) da un gentil corazziere imperiale. Il mio spadone che ho portato co me in tante battaglie. E il mio lanciafoco nanico, che ha dato la morte a tanti dannati magi! Confesso che il mio nobile cuore di soldato piange a separarsi da codesti ogetti (per davvero , non la finiva più). Mi rimangono solo il mio moschetto e la punta uncinata della mia picca che ho usato, insieme a una corda fatta co le lenzuola del letto, per arrivare alla feritoia. Spero che l'asse di legno regga il mio peso (n.b. Matteo pesa parecchio). Ce l'ho fatta! Invero è stata un'impresa degna di una saga (modesto come sempre)! Dopo l'arrampicata ho camminato con agilità sull'asse. Tengo a precisare che il piscio presente a metà della stanza non è certo dovuto a mancanza de coragio, bensì a un mio gesto di sprezzo verso lo demone, non importa cosa affermerà quest'ultimo (ricorderò a lungo il suo coraggio mentre gli mostravo la perfezione dei miei denti affilati). Adesso che sono al sicuro lascio qui questo diario come memento dello fallimento dei miei nemici, sperando che lo demone non lo modifichi per suoi diabolici fini (nessuna modifica solo qualche aggiunta per dovere di cronaca). Chiunque tu sia mio nemico, sappi mentre leggi codesto diario che la tua vita ha le ore contate!
Nota di fine missione: Il soggetto ha mangiato e bevuto quanto fornitogli. Probabilmente il contagio avverrà in tre, massimo quattro giorni.
Visualizzazione post con etichetta 30 anni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta 30 anni. Mostra tutti i post
lunedì 23 maggio 2011
domenica 10 ottobre 2010
La prima fila parte 2 (Finale)
(Son tornato!)
Le sacerdotesse benedicevano un enorme folla di corazzieri, ogni volta che le voci si fermavano, rumore d'acciaio, i guerrieri alzavano le mani verso la Madre. Nonostante fossero forgiate dai migliori fabbri imperiali, le armature complete a piastre non offrivano una grande protezione dai moschetti nemici. L'unico vero scudo che poteva difendere i cavalieri era l'amore della Dea per i propri figli. Giovanni ascoltava con la massima calma eseguendo in maniera perfetta il rito, il viso impassibile sotto l'elmo. A differenza degli altri si sentiva già pronto, non era la prima volta che affrontava il puro caos della battaglia e facendosi forza della sua fede non era mai arretrato. Per questo coraggio e la sua provata esperienza, poteva scegliere di stare nel cuore della carica. Tra i cavalieri più esperti e letali, che avevano l'onore di portare armature incantate più efficaci contro il fuoco nemico. Stranamente, per i suoi compagni d'armi, lui preferiva far parte dei primi, i preferiti della Dea. Si sentiva perfettamente a suo agio sul suo cavallo da guerra, nella prima fila, composta per la maggior parte da giovani ubriachi e terrorizzati davanti al loro primo vero sangue. Giovanni sapeva che molti di loro sarebbero morti, sperava che i sopravvissuti potessero trovare nella battaglia il coraggio di servire fino in fondo la Creatrice. Il rito fu concluso, tutti urlarono all’unisono ”Viva la Madre e la vera Chiesa!”, Le sacerdotesse compiaciute andarono dai comandanti per gli ultimi preparativi.
Un’Anziana madre si staccò dal gruppo camminando verso Giovanni. Indossava una veste bianca, tenuta ferma da una cintura rosso sangue ad indicare il suo essere una madre. Dietro di lei la seguiva una giovane sacerdotessa, la sua veste bianca immacolata in attesa di diventare anch'essa madre.
”Nobile cavaliere” salutò l'Anziana madre, Giovanni prontamente scese dal cavallo e fece un inchino, “comandi madre Francesca”, ”riposo Giovanni, son venuta qui per presentarle Elena una giovane sacerdotessa bisognosa di un forte guerriero.” L'uomo rivolgendosi alla ragazza la salutò inchinandosi ”al suo servizio”, ”cavaliere”, rispose lei con un cenno della testa, ”madre Francesca mi ha molto ben parlato di lei, per questo ho voluto conoscerla al più presto per chiederle di servirmi come guardia del corpo”, fece una pausa per permettere a Giovanni di rialzarsi. “Mi hanno detto che lei combatterà in prima fila, mi chiedo che bisogno c'è, dato che più volte ha provato il suo valore”, “Confido nella protezione della Dea ma se vuole farò domanda di cambiare posizione.” “No Giovanni, non ce ne è bisogno”, intervenne Francesca, “ Condividiamo la sua fede e crediamo nella volontà della Madre, vero Elena?” La ragazza sorrise in maniera goffa ma i suoi occhi tradivano la sua vera opinione. “Sicuramente lei è più esperto nel mestiere delle armi di me e sa bene quello che fa, pregherò per lei”, detto ciò si allontanò insieme all'Anziana madre.
Giovanni si sentì sollevato. Fortunatamente avevano rispettato il suo desiderio di affrontare in prima linea i dissidenti. Soltanto là nello scontro contro i nemici della vera fede lui credeva di fare la volontà della Dea. Uccidendoli compiva un peccato d'amore, affinché le sue colpe permettessero ai dissidenti di ritrovare la vera fede nella morte. Pensando ciò la sua mano istintivamente andò a toccare la pistola.
La battaglia era imminente, salì sul cavallo e si mise in posizione aspettando lo squillo della tromba che avrebbe dato inizio al massacro. L'aria era tesa, tutti aspettavano l'ordine, alcuni terrorizzati, altri impazienti. Il suono tanto atteso arrivò, i corazzieri partirono in formazione al galoppo, come un'onda che andava ad infrangersi contro degli scogli. Giovanni sperava che la carica fosse compatta nonostante le inevitabili perdite, altrimenti il loro sacrificio sarebbe stato inutile. I dissidenti erano a poche centinaia di metri, il corazziere con la pistola già in mano spronò il cavallo, quando sentì migliaia di moschetti sparare contemporaneamente. Non è possibile, pensava tra se, siamo ancora troppo distanti per sparare. Alla sua destra, un cavaliere colpito in pieno petto, cadde a terra. Morì orribilmente schiacciato dagli zoccoli, mentre il suo cavallo continuava a galoppare verso l'inevitabile morte. Il concerto mortifero risuonava, ripetendo il terribile spettacolo. Ormai riusciva a vederli, non erano i moschettieri a sparare, per la prima volta la paura si insinuò nel suo cuore. Non restava altro che spronare il cavallo e sperare che la Dea lo proteggesse.
Non era più una questione di vita o di morte doveva solo raggiungere il nemico per poter sparare almeno un colpo, almeno uno. Ci siamo, pensava disperato, osservando ai suoi lati solo pochi cavalieri che come lui cercavano di finire questa corsa suicida. Ad un tratto un bagliore in mezzo a quella sterminata fila di corpi attirò i suoi occhi, un nano con una folta barba rossa sembrava mirarlo. Sparò pochi attimi dopo, il cavallo gravemente ferito crollò al suolo. La caduta violenta aveva probabilmente rotto qualche osso, il dolore era lancinante. L'animale morente schiacciava il corpo dell'uomo dalla vita in giù.
Alzò la visiera dell'elmo, gli occhi azzurri osservavano il cielo limpido. Tutt'intorno, i cavalli dei suoi compagni d'armi galoppavano. Piangeva come un bambino, non per la morte che l'attendeva, non per la sconfitta dell'esercito imperiale, per la sua pistola carica.
giovedì 3 giugno 2010
La prima fila
Rumore di metallo. Era il rumore d’armi e armature. La piana era per intero occupata da questo rumore. L’aria era secca e il sole era alto, ad occhio erano le due, il momento perfetto. Wilhelm controllò il suo moschetto per l’ennesima volta. Intorno a lui si montava la prima linea di fuoco. In due preparavano il terreno per lo Sfoltifile, uno teneva l’arma, l’altro scavava la buca per l’appoggio metallico. Indispensabile dato il contraccolpo, talmente forte che nonostante il sostegno solo i più forti potevano maneggiarlo. Wilhelm nel frattempo aspettava pazientemente, mentre dei picchieri si schieravano vicino a lui. Indossavano una corazza leggera che copriva solo il torso e le gambe oltre alla testa, dietro non avevano protezioni. Se il nemico li avesse presi alle spalle, nessuna armatura sarebbe servita. Il moschettiere invece indossava solo una casacca senza maniche con sotto una camicia che forse un tempo era stata bianca, pantaloni consumati e dei stivali. Sulla testa un cappello nero con larga falda, ornato con delle piume rosse, di sotto ad esso spuntava una lunga treccia. Non aveva protezioni, ma preferiva la comodità, sapeva che da distanza ravvicinata l’armatura offriva ben poca sicurezza. Uno squillo ruppe la monotonia del metallo, era il segnale.
Le file nemiche si erano fermate per gli ultimi preparativi, vicine a sufficienza per i cecchini. Wilhelm era uno di loro e prontamente imbracciò il fucile dotato di una lente che gli permetteva di vedere lontano, non aveva idea di come funzionava, la cosa non gli interessava. Il suo compito era notare truppe che facevano movimenti strani o emettevano bagliori di luce particolari. Non era certo un metodo infallibile, ma era l’unico per rintracciare eventuali Magus. Scorse in mezzo alle truppe imperiali un uomo muovere le mani in maniera strana, nel dubbio preferì sparare. Il colpo trapassò il cranio facendo uscire schizzi di sangue e cervella. Dalle file nemiche udì bestemmie e insulti a lui rivolti, mentre lui con indifferenza ricaricava velocemente. Gli imperiali consideravano i cecchini un modo poco onorevole di combattere, ma oltre ad essere efficienti contro i Magi, erano un buon modo per demoralizzare i soldati dell’impero. Sul terrore suscitato dai cecchini circolavano diverse storie. La preferita di Wilhelm era quella di un soldato dell’impero che rimaneva immobile tormentato dalle zanzare pur di non agitare le mani per scacciarle. Si divertiva a sostenere che fosse vera, tra gli sguardi increduli dei compagni d’arme.
Lo sfoltifile era montato e un robusto nano teneva il calcio dell’arma appoggiato sulla spalla. Wilhelm non riusciva a figurarsi la mente che era riuscita ad immaginarsi quell’oggetto assurdo. Come un fucile aveva un calcio e un grilletto, la canna però si divideva in più bocche di fuoco, ad occhio erano una ventina disposte su due file orizzontali. Era l’arma su cui il Duca Gustaf più contava, insieme ai moschettieri, per sconfiggere l’armata imperiale. Il suo potere di fuoco era immenso, decimava intere file di cavalieri. D’altro canto l’arma non era ricaricabile in battaglia, sia per la lentezza dell’operazione, che per il surriscaldamento delle canne provocato da un singolo utilizzo. Mentre Wilhelm era asserto nei suoi pensieri, un nano riccamente bardato su cavallo, entrò nella sua visuale. Il Duca veniva ad incoraggiare i suoi uomini prima della battaglia. Indossava un’armatura nanica a piastre, ornata con oro. La testa scoperta, lasciava vedere la sua folta barba nera a cornice del volto giovanile. Con lui portava le sue famosi armi, la spada dell’ultimo re nanico e cosa rara per i nobili, un moschetto chiamato ‘L’ammazza giganti’. Per questo i suoi nemici solevano chiamarlo ‘il duca moschettiere’ con disprezzo. "Soldati della Dissidenza, oggi siamo qui per affrontare l’esercito imperiale!". Si fermò un attimo, compiacendosi delle urla di approvazione di tutta l’armata. "I nostri nemici difendono la Somma Sacerdotessa, corruttrice della Sacra Parola! Quante orribili vessazioni da parte loro abbiamo sopportato, noi e le nostre amate famiglie!". Si sentirono grida furiose. Molti soldati provenivano da zone saccheggiate dall’esercito fedele alla Chiesa Madre. "Oggi la Dea Madre ci arride! Quale migliore occasione per restituire i torti subiti? Orsù imbracciate le armi con fierezza, perché in questo giorno riconquisteremo la libertà toltaci dal vile Impero!". Urla riempirono il campo di battaglia. Come tutti gli altri anche Wilhelm gridava a squarciagola. Con una mano accarezzava superstiziosamente la folta barba rossa e alzava, con l’altra, il moschetto verso il cielo, come per ringraziare la Dea per la futura vittoria. Ben presto il disciplinato esercito rientrò nei ranghi, pronto alla battaglia. Dall’altra parte della piana, i corazzieri imperiali si stavano preparando per la carica.
Continua...
Le file nemiche si erano fermate per gli ultimi preparativi, vicine a sufficienza per i cecchini. Wilhelm era uno di loro e prontamente imbracciò il fucile dotato di una lente che gli permetteva di vedere lontano, non aveva idea di come funzionava, la cosa non gli interessava. Il suo compito era notare truppe che facevano movimenti strani o emettevano bagliori di luce particolari. Non era certo un metodo infallibile, ma era l’unico per rintracciare eventuali Magus. Scorse in mezzo alle truppe imperiali un uomo muovere le mani in maniera strana, nel dubbio preferì sparare. Il colpo trapassò il cranio facendo uscire schizzi di sangue e cervella. Dalle file nemiche udì bestemmie e insulti a lui rivolti, mentre lui con indifferenza ricaricava velocemente. Gli imperiali consideravano i cecchini un modo poco onorevole di combattere, ma oltre ad essere efficienti contro i Magi, erano un buon modo per demoralizzare i soldati dell’impero. Sul terrore suscitato dai cecchini circolavano diverse storie. La preferita di Wilhelm era quella di un soldato dell’impero che rimaneva immobile tormentato dalle zanzare pur di non agitare le mani per scacciarle. Si divertiva a sostenere che fosse vera, tra gli sguardi increduli dei compagni d’arme.
Lo sfoltifile era montato e un robusto nano teneva il calcio dell’arma appoggiato sulla spalla. Wilhelm non riusciva a figurarsi la mente che era riuscita ad immaginarsi quell’oggetto assurdo. Come un fucile aveva un calcio e un grilletto, la canna però si divideva in più bocche di fuoco, ad occhio erano una ventina disposte su due file orizzontali. Era l’arma su cui il Duca Gustaf più contava, insieme ai moschettieri, per sconfiggere l’armata imperiale. Il suo potere di fuoco era immenso, decimava intere file di cavalieri. D’altro canto l’arma non era ricaricabile in battaglia, sia per la lentezza dell’operazione, che per il surriscaldamento delle canne provocato da un singolo utilizzo. Mentre Wilhelm era asserto nei suoi pensieri, un nano riccamente bardato su cavallo, entrò nella sua visuale. Il Duca veniva ad incoraggiare i suoi uomini prima della battaglia. Indossava un’armatura nanica a piastre, ornata con oro. La testa scoperta, lasciava vedere la sua folta barba nera a cornice del volto giovanile. Con lui portava le sue famosi armi, la spada dell’ultimo re nanico e cosa rara per i nobili, un moschetto chiamato ‘L’ammazza giganti’. Per questo i suoi nemici solevano chiamarlo ‘il duca moschettiere’ con disprezzo. "Soldati della Dissidenza, oggi siamo qui per affrontare l’esercito imperiale!". Si fermò un attimo, compiacendosi delle urla di approvazione di tutta l’armata. "I nostri nemici difendono la Somma Sacerdotessa, corruttrice della Sacra Parola! Quante orribili vessazioni da parte loro abbiamo sopportato, noi e le nostre amate famiglie!". Si sentirono grida furiose. Molti soldati provenivano da zone saccheggiate dall’esercito fedele alla Chiesa Madre. "Oggi la Dea Madre ci arride! Quale migliore occasione per restituire i torti subiti? Orsù imbracciate le armi con fierezza, perché in questo giorno riconquisteremo la libertà toltaci dal vile Impero!". Urla riempirono il campo di battaglia. Come tutti gli altri anche Wilhelm gridava a squarciagola. Con una mano accarezzava superstiziosamente la folta barba rossa e alzava, con l’altra, il moschetto verso il cielo, come per ringraziare la Dea per la futura vittoria. Ben presto il disciplinato esercito rientrò nei ranghi, pronto alla battaglia. Dall’altra parte della piana, i corazzieri imperiali si stavano preparando per la carica.
Continua...
Iscriviti a:
Post (Atom)
